Testimonianza e riflessioni
Venerdì 23 aprile le classi terze di Cisano Bergamasco hanno incontrato a distanza Leonardo Zanchi, vice presidente di ANED Bergamo.
ANED è l’Associazione Nazionale Ex Deportati, che riunisce i sopravvissuti, i figli dei testimoni della deportazione e coloro che vogliono mantenere viva la Memoria dell’antifascismo e della Resistenza nella nostra Storia.
In preparazione all’incontro con Leonardo Zanchi, la prof.ssa Testa ha presentato alle classi il progetto ANEDdoti, il canale che produce dei podcast per raccontare le storie di alcuni deportati italiani.
Chi volesse ascoltare questi podcast, può trovare al seguente link tutte le piattaforme che li trasmettono: https://linktr.ee/Aneddoti
La prof.ssa Testa ha portato in classe l’oggetto che simboleggia ANED, ovvero un fazzoletto a righe con il triangolo rosso, che identificava i deportati politici italiani nei campi di concentramento.
Durante l’ascolto in classe abbiamo scritto alla lavagna i valori più importanti che vengono celebrati durante questa Festa e quei momenti negativi della nostra Storia che hanno portato tanto dolore al nostro Paese:
Dopo questi momenti di meditazione in classe, i ragazzi hanno riflettuto su come poter celebrare il 25 aprile nelle loro case. Tommaso Fornoni di 2B ha scritto una poesia insieme a suo fratello, Francesco:
25 APRILE
Doloroso, è il doveroso diritto
di un tristo ricordo.
Del turpe nero fu pitto
lo sconsolato suolo.
E da allor la madre levò un grido
mentre l'esiliato soltanto uno strido.
Così la liberazione portò felicità
come contro i nemici si ritorse la pravità.
Rebecca Casamassima (2B) ha realizzato questo disegno:
Sua sorella Benedetta di 1B ha realizzato quest’altro disegno, che ci consegna un importante
messaggio: il nostro Paese è un tesoro prezioso da proteggere e possiamo farlo solo se siamo uniti:
A conclusione di tutte queste riflessioni, ecco il disegno di Giada Taramelli di 2B: “il nazifascismo è un movimento politico da buttare via, perché ha creato solo dolore e vergogna, ma questo dolore lo dobbiamo ricordare per non sbagliare un'altra volta”.
Dopo aver familiarizzato con la testimonianza e con la Memoria, ecco dunque l’incontro con Leonardo Zanchi. Leonardo è nipote di Bonifacio Ravasio, un deportato politico italiano scomparso in tarda età qualche anno fa. La sua storia si intreccia con l’attività antifascista e con la deportazione: a 17 anni, infatti, viene arrestato per propaganda contro il regime e viene deportato a Buchenwald.
Subito Leonardo ci ha spiegato che purtroppo nei campi di concentramento non c’erano “soltanto” gli
Ebrei: nelle raccapriccianti pagine dello sterminio nazista e fascista, infatti, rientravano anche disabili,
omosessuali, persone ai margini della società (come i senza tetto), testimoni di Geova e, appunto, gli
oppositori politici. Bonifacio Ravasio era solo un ragazzo, proveniente da una famiglia di socialisti, che
voleva dar voce ad una posizione politica diversa da quella fascista.
Ecco il riassunto che Natalie Mirto di 3A ha preparato per noi:
“Bonifacio Ravasio era originario di Alzano Lombardo. Metteva i volantini antifascisti negli elenchi dei recapiti telefonici, che consegnava nelle case, ma non fu mai arrestato per questa azione antifascista. Un giorno seguì il nonno Francesco, che veniva picchiato dai fascisti e, sentendo le urla, andò ad difenderlo: così a sua volta picchiò un fascista, ma riuscì a portare a casa suo nonno.
Capendo la gravità di ciò che aveva fatto, la famiglia decise per il suo bene di mandarlo da dei parenti
a Udine, in modo tale da evitarne l’arresto. A Udine decise di lavorare nell’organizzazione Todt,dove sperava di potersi nascondere dai fascisti che lo ricercavano. Ma il 10 luglio 1944 venne
arrestato a Udine, proprio nello stabile dove stava lavorando, insieme a tanti altri giovani come lui.
Oggi sappiamo che la Todt aveva un accordo con i fascisti e con i nazisti, cioè permetteva di arrestare
alcune decine di persone, perché ai tedeschi servivano lavoratori schiavi per le loro fabbriche.
Il 31 luglio 1944 viene deportato da Udine su convogli che sembravano per merci e animali.
Arriverà a Buchenwald il 3 agosto, senza fare soste, facendo i propri bisogni in un secchio: questa è la più grande umiliazione che ricorda, perché doveva spogliarsi davanti a tutti.
Arrivati a Weimar, sono costretti a camminare dalla stazione fino al campo: in quel tragitto tutte le
persone della città vedevano tutti i deportati camminare, quindi i residenti protestarono per non dare
al campo lo stesso nome della città. E’ per questo motivo che il campo di concentramento di chiama
“Buchenwald”, che è un nome inventato e che significa “bosco di faggi”.
Sul cancello del campo era scritto “JEDEM DA SEINE” che significava “ad ognuno il suo”, ovvero che
ad ognuno spettava la sua punizione per ciò che aveva fatto.
Arrivati, si compila un fascicolo dove venivano scritti i dati e il proprio nome diventava un numero: quello di Bonifacio era 33843.”
Una volta tornato indietro, dopo il 1945 non ha parlato molto della sua disgrazia: il trauma era troppo pesante, l’orrore troppo forte. Per qualche anno è stato meglio dimenticare, rifarsi una vita, conoscere l’amore e creare una nuova famiglia. Sarà l’adolescenza dei suoi nipoti a risvegliare in lui il senso civico della testimonianza. Leonardo ha raccolto questo testimone e da qualche anno incontra le classi delle scuole bergamasche per raccontare la sua storia.
Il racconto di Leonardo si è appoggiato su alcune immagini di documenti che riguardano la
deportazione del nonno: Leonardo infatti, dopo la scomparsa di Bonifacio, ha preso contatti con il
memoriale del campo di Buchenwald per ottenere quante più informazioni possibili circa la prigionia.
Così è venuto in possesso della tessera che schedava Bonifacio (contenente il suo numero di matricola)
e della fototessera di quel giovane ragazzo, rasato a zero.
Vedere questi documenti è stato molto importante perché ci ha aiutati a fare un passo più profondo
all’interno della Grande Storia, con l’aiuto però dei passi di una persona normale, un ragazzo
bergamasco di appena 17 anni, che ha vissuto sulla propria pelle uno degli orrori del Novecento.
Dopo l’appassionante racconto, i nostri ragazzi hanno posto molte domande interessanti, che ci hanno
aiutati ancora di più a comprendere quella vicenda umana.
Suo nonno è rimasto in contatto con alcuni ex deportati? (Maddalena Rota, 3A)
Sì, con Antonio Savoldelli, un signore della Val Seriana come mio nonno. In realtà mio nonno non me
lo aveva mai detto, l’ho scoperto io un po’ di tempo dopo la sua morte. Mio nonno e Antonio hanno fatto
insieme il viaggio in treno verso Buchenwald, perché erano stati arrestati insieme.
Sulla carta della deportazione c’era la sigla “KDO”. Cosa significava? (Asia Milani, 3C)
Era la sigla di Kommando , ovvero il reparto di lavoro. “KDO Ago” era il reparto dove producevano le ali
degli aerei militari tedeschi. Mio nonno ha dovuto lavorare in quel reparto.
Suo nonno ha mai pensato di suicidarsi durante la prigionia? (Francesco Papini, 3C)
Questo avrei dovuto chiederlo a lui, ma non l’ho mai fatto. Secondo me no, perché lui mi ha sempre
detto che cercava di aggrapparsi alla vita. Lui aveva 17 anni durante la prigionia, quindi era pieno di
voglia di vivere e l’istinto di sopravvivenza lo teneva lontano dagli imprevisti e dagli errori che gli
sarebbero stati fatali. Per esempio, nella miniera dove lui era costretto a lavorare, alcuni suoi compagni
sabotavano i lavori e facevano in modo che le ali degli aerei dell’aviazione tedesca fossero difettose.
Ovviamente pagavano con la vita: sapevano che stavano lottando contro un nemico più forte di loro, ma
non volevano piegarsi alla produzione bellica tedesca. I militari del campo, quando li scoprivano, li
giustiziavano davanti a tutti. Mio nonno era solo un ragazzo, non aveva la forza di fare dei gesti eclatanti
e di rischiare la vita. Inoltre secondo me, uno che arriva a pesare 37 kg durante la marcia della morte
e riesce a sopravvivere, non può aver mai pensato di suicidarsi.
Però mio nonno si è chiesto spesso perché proprio lui è sopravvissuto a quella marcia, rispetto a
qualcun altro. Questo suo pensiero lo aveva spinto a tacere la sua storia per molti anni, perché era
troppo doloroso. Però ricordiamoci che l’essere umano trova delle forze che non sa di avere, proprio
nei momenti di difficoltà: è questa forza che l’ha spinto avanti, nonostante tutto.
Quanti sottocampi c’erano in un campo di concentramento? (Beatrice Pozzoni, 3C)
Buchenwald ne ha avuti una trentina, ma probabilmente di più. Uno dei più famosi è Dora, uno dei più
tremendi. Anche Auschwitz aveva dei sottocampi: Birkenau e Monowitz.
Come funzionavano le miniere nel campo di Buchenwald? (Fabio Comi, 3C)
Le miniere servivano sia per estrarre il materiale da produrre sia per montare i pezzi necessari alle
macchine da guerra. Queste operazioni venivano svolte sottoterra per essere al riparo dalla superficie,
dove le industrie potevano essere bombardare.
Si pensa solitamente che le miniere siano ambienti malsani dove le persone si ammalano e muoiono
(ed è così, purtroppo), ma mio nonno mi diceva sempre che lui è sopravvissuto al campo di
concentramento perché la miniera lo riparava dal freddo del clima tedesco. Probabilmente se avesse
fatto un lavoro all'aria aperta, debole e denutrito com'era, non sarebbe sopravvissuto.
Come si è sentito Lei quando ha sentito per la prima volta la storia di Suo nonno?
(Halder Austin, 3C)
Questa domanda mi viene fatta spesso. Purtroppo io non mi ricordo la prima volta, perché il suo
racconto è cominciato quando ero anche un bambino molto giovane, ma era sempre frammentario.
L’emozione è stata forte da parte mia soprattutto negli ultimi anni, perché lui era anziano e durante le
testimonianze si emozionava e chiedeva a me di sorreggerlo e di proseguire il racconto al posto suo.
Suo nonno Le ha mai raccontato come reagiva la gente dei paesi al passaggio dei deportati
durante la marcia della Morte? (Francesca Sangalli, 3C)
Ecco, questa domanda è intelligente ma è triste. Facciamo una premessa: la dittatura plasma le menti
della gente: tu devi pensare con la mente della dittatura, non hai più la tua opinione e quindi non
ragioni più in modo umano. Quindi i cittadini tedeschi che vedevano i deportati marciare li reputavano
degli scarti umani. Le madri tedesche coprivano gli occhi ai bambini per non far vedere loro quei “pezzi”
(in tedesco Stuche).
Che rapporto aveva Suo nonno con gli altri deportati? (Mattia Salvi, 3C)
Lui mi raccontava che nel campo aveva conosciuto altri deportati politici, ma francesi. Inizialmente c’era
diffidenza, perchè gli italiani venivano collegati subito ai fascisti, quindi con i collaboratori dei nazisti. Mio
nonno poi è riuscito a spiegare che lui era un anti-fascista e allora i rapporti con gli altri deportati sono
stati più tranquilli.
Lei è andato con suo nonno nelle scuole a raccontare questa storia? (Eros Corona, 3B)
Sì, ormai lo faccio da qualche anno. Una volta al liceo l’avevo raccontata anche sul giornalino della
scuola e mio nonno era stato molto colpito. Di volta in volta mio nonno aggiungeva qualche dettaglio al
racconto, così io potevo avere e restituire un quadro più completo. Lui non si sentiva mai all’altezza del
compito che si era preso sulle spalle: si sentiva spaesato al pensiero di essere sopravvissuto per caso
e, oltretutto, non sentiva di avere la cultura e l’istruzione necessarie per parlare in pubblico - spesso mi
diceva “io non so trovare le parole giuste per spiegarlo, parla tu”.
Quando suo nonno è uscito dal campo, ormai la sua identità era cambiata. Quando poi è tornato
a casa, è stato difficile ritrovarla? (Giulia Paris, 3B)
Questa è una bella domanda. Lui raccontava che non era quasi più abituato ad essere chiamato per
nome, “Bonifacio”. Nel campo venivano chiamati solo con il numero di matricola dai tedeschi, però fra
compagni si chiamavano con dei nomi. Lui veniva chiamato anche “Italia”, perché gli italiani erano pochi.
Comunque la faccenda del nome è molto importante: quando all’ospedale da campo gli hanno fatto
vedere il corpo del soldato russo che lo ha salvato dalle acque dell’Elba, mio nonno ha subito chiesto
come si chiamava, per dare una persona a quel corpo che si era sacrificato per lui.
Quindi questa importanza dell’identità personale si può applicare anche agli immigrati nei centri
di accoglienza al giorno d’oggi?
Assolutamente sì, infatti mio nonno era sempre molto sensibile agli sbarchi e alle morti dei migranti.
A Buchenwald gli italiani erano tanti o pochi? (Gabriele Rigamonti, 3B)
Nel campo satellite dove si trovava mio nonno, erano davvero pochi, ma non so il numero. Invece nel
campo di Buchenwald ce n’erano un po’ di più, tra cui i bergamaschi Antonio Savoldelli e Rota Mario
(quest’ultimo non siamo riusciti a contattarlo, forse è deceduto).
Possiamo però dire che gli italiani arrivano tardi nei Lager tedeschi, ovvero dopo l’armistizio del ‘43. E’
però un momento in cui i Lager sono sovraffollati e in cui sono rimasti i lavori più degradanti e più
pesanti da svolgere. E’ un discorso molto ampio da fare, perché richiede molte precisazioni: i deportati politici dall’Italia sono stati 32mila, mentre gli ebrei 8mila. Poi sono da aggiungere gli
internati militari, che sono 650mila, che però avevano un trattamento diverso (avevano degli alloggi
propri, avevano il proprio cibo). Calcolate che mio nonno una volta era venuto in possesso di una rapa,
avanzata da un internato militare: questa rapa lo ha sfamato per settimane, perché lui ne mangiava un
pezzettino minuscolo ogni giorno. Poi barattava un pezzettino con un altro deportato, per ottenere
qualcosa in cambio. Un semplice ortaggio non era cosa comune fra i deportati normali, mentre gli
internati militari ne avevano in misura maggiore.
Suo nonno è mai tornato o è voluto tornare a Buchenwald? (Maddalena Rota, 3A)
Al campo mai. Però credo che sia tornato a Tarcentu, in provincia di Udine, dove lui si era nascosto
presso alcuni parenti e dove fu poi arrestato. Io questo l’ho scoperto perché nel suo portafogli aveva
uno scontrino di un ristorante di Tarcentu e quindi deduco che ci sia andato. Purtroppo non me lo ha
mai detto e neanche mia nonna sa nulla. Però posso pensare che abbia voluto tornare. Invece per la
Germania lui aveva un rigetto vero e proprio, perché anche quando andavamo al mare in vacanza e
sentiva un turista tedesco parlare, lui provava un’inquietudine che risvegliava il trauma ricevuto nel
campo. Io frequentando l’ANED ho conosciuto due reazioni: ci sono ex deportati che tutti gli anni
tornano ai campi e c’è chi non ci mette più piede. Sono due reazioni completamente opposte, non c’è
una via di mezzo. Per esempio anche Liliana Segre non è mai voluta tornare. Anche Antonio Savoldelli
non è mai più tornato.
Che fine ha fatto il nonno di tuo nonno, dopo che i fascisti l’hanno picchiato? (Prof.ssa Cattaneo)
Mio nonno Bonifacio mi diceva che Francesco, al suo ritorno, stava tutto il giorno ai piedi del suo letto e
lì, in quel silenzio, percepiva tutto il senso di colpa di quello che era successo. Però non hanno mai più
parlato di ciò che era accaduto.
Cosa ti ha spinto a richiedere agli archivi tedeschi i documenti della deportazione di tuo nonno?
Cosa hai provato nel riceverli? (Prof.ssa Testa)
Io ho scritto al campo di Buchenwald nel 2016, per la volontà di non perdere la storia. Ricevere la
fototessera è stato un tuffo al cuore: mio nonno era appena deceduto e noi abbiamo visto la sua faccia,
il volto di un giovane ragazzo di 17 anni, completamente rasato a zero. Quando ho ricevuto tutte le
notizie e quando ho ricostruito tutto il suo percorso, è stata come una seconda scoperta: sentivo le
parole di mio nonno, ma questa volta c’erano dei documenti a confermarle. E’ stata un’emozione
molto strana. C’è da dire che al campo di Buchenwald sono molto disponibili nei confronti dei
familiari, perché si rendono conto che la memoria è molto importante e che noi abbiamo diritto a sapere.
I ragazzi hanno ringraziato di cuore Leonardo per questa preziosa testimonianza. Ringraziamo anche le
prof.sse di storia, Cattaneo, Comi e Del Gaudio per aver accolto questa proposta. Speriamo di poter
replicare in presenza negli anni futuri!
Il suo intervento ha stimolato i ragazzi di 3A a riflettere sulla Liberazione e sulla Resistenza con le loro
famiglie.
Così Mattia Losa ha portato a scuola alcuni cimeli del proprio bisnonno, il quale ha combattuto al fianco degli americani durante lo sbarco in Normandia.
Da quell’evento storico aveva riportato a casa due cimeli: una lampada e un coltellino. Ce li ha portati
in classe per mostrarci dei reperti storici di grande valore affettivo. Sulla lampada è possibile leggere la
scritta FEUER HAND , ovvero l’azienda tedesca che produceva queste lampade a petrolio durante la
seconda guerra mondiale.
Natalie Mirto di 3A invece ci ha portato questi libri relativi al fascismo, che suo nonno ha collezionato per poter studiare la storia del nostro Paese. Lo studio di questo capitolo di Storia ci serve sempre per analizzare le ingiustizie e le atrocità commesse durante il regime e, di conseguenza, per apprezzare e valorizzare la nostra democrazia.
Insomma, abbiamo scoperto nuovi modi per studiare storia (podcast, testimonianze, oggetti), ma soprattutto ci siamo interrogati sul senso della Liberazione: è la Festa che ricorda la nascita del nostro Paese, ricostruito sulle macerie.
Grazie a tutti i ragazzi per i loro pensieri e grazie a tutti voi che state leggendo!


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